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Alla Calcio Lecco si dice no al razzismo: presentata la mostra “È tutto in gioco”. «Solo il primo passo»

Nella sala stampa del club bluceleste, davanti a una platea gremita di associazioni e istituzioni, la curatrice Raffaella Chiodo Karpinsky ha ripercorso le storie di chi ha usato lo sport come arma contro l’odio, da Jesse Owens a Nelson Mandela. La serata chiude un fine settimana di iniziative concrete partite già dalla partita con il Novara

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Tempo di lettura 9 minuti

La sala stampa della Calcio Lecco 1912 ha ospitato lunedì 16 marzo, in piena Settimana di Azione contro il Razzismo, la presentazione della mostra «È tutto in gioco – Il ruolo dello sport contro il razzismo e il razzismo nello sport». Un evento che ha visto seduti allo stesso tavolo il consigliere comunale Corrado Valsecchi, promotore dell’iniziativa, l’assessore allo sport e all’educazione Emanuele Torri e la club manager Virna Bonfanti, con la curatrice Raffaella Chiodo Karpinsky, editorialista dell’Avvenire, come relatrice principale. Sullo sfondo i pannelli della mostra posizionati lungo le pareti.

L’iniziativa è il primo atto pubblico del Progetto di Sostenibilità della Calcio Lecco, strutturato su undici aree prioritarie ispirate alla strategia UEFA “Strength Through Unity” e patrocinato dal Comune di Lecco. La mostra, composta da sei pannelli, fa parte del progetto nazionale “Città per Mandela”, promosso dal Centro Benny Nato Antirazzista e sui Rapporti Italia-Sudafrica in qualità di capofila, insieme ad ACLI, UISP, ARCS e Forum SAD.

Un weekend già all’insegna dell’antirazzismo

La presentazione di lunedì è arrivata dopo un fine settimana di iniziative concrete legate alla partita Lecco-Novara di domenica 15 marzo. In quella occasione un gruppo di minori stranieri non accompagnati, coinvolti in collaborazione con l’associazione Les Cultures, ha vissuto un walkabout immersivo nella realtà del club: visita agli uffici, alle aree stampa, agli spogliatoi e al campo, con accesso al bordocampo durante il riscaldamento e incontro con i giocatori. Durante il pre-partita, tutta la prima squadra ha indossato maglie appositamente realizzate con lo slogan “L’unico colore che conta è la maglia”, proiettate anche sul maxischermo dello stadio attraverso un video istituzionale che ha coinvolto l’intera rosa. La mostra è rimasta poi allestita nella sala stampa per la presentazione del giorno successivo, che ha aperto i lavori a istituzioni, associazioni, media e realtà del territorio.

«Il razzismo strisciante è un problema»

Corrado Valsecchi ha aperto i lavori inquadrando l’obiettivo dell’iniziativa: «Lo sport è educazione, rispetto e tutto quello che è contrario a una discriminazione di carattere razziale. Vediamo sui nostri campi una popolazione calcistica assolutamente eterogenea, multietnica e cosmopolita». Valsecchi ha ricordato che già nel 2018 l’associazione “Lezioni al Campo” aveva coinvolto 120 richiedenti asilo per ricolorare lo stadio con i colori sociali: da quel progetto, ha sottolineato, è partita la rinascita dell’impianto.

L’assessore Torri ha portato i saluti dell’amministrazione e del sindaco Mauro Gattinoni, citando l’episodio razzista avvenuto di recente in Champions League tra Real Madrid e Benfica come prova che il problema è attualissimo: «Calcio Lecco ha avuto il coraggio di intraprendere un progetto ambizioso. Lo sport non ha colori e deve schierarsi in maniera molto netta. Sappiamo che è una battaglia lunga». Torri ha inquadrato l’iniziativa nel percorso più ampio costruito con il club, che proseguirà con il Piano Diritto allo Studio e il progetto “Io tifo positivo”.

La club manager Virna Bonfanti ha quindi sintetizzato la mission del piano sociale: «La finalità del Progetto di Sostenibilità è utilizzare lo sport calcio per fare del bene. Questo è il punto fermo che ci permette di accogliere chiunque voglia farne parte: si tratta del primo passo di un lungo percorso».

«Il razzismo nasce nei campetti, non solo negli stadi»

Raffaella Chiodo Karpinsky, editorialista dell’Avvenire con origini russe dalla parte di madre e già membro della rete europea FARE (Football Against Racism in Europe), ha portato il contributo più denso del meeting. Il punto di partenza è netto: il razzismo non si combatte negandone l’esistenza. «Non si può far finta che il problema non esista: riguarda anche i campetti di calcio dove si forma la coscienza dei bambini. Mi è capitato di sentire un allenatore chiamare una bambina «cioccolatino»: può sembrare un termine tenero, ma per lei era un modo di sottolineare la sua diversità in termini negativi».

La curatrice ha poi percorso la storia dello sport come specchio del razzismo e, al tempo stesso, come strumento per combatterlo. La mostra si inserisce nel progetto “Città per Mandela”, che invita i comuni a intitolare spazi a Nelson Mandela — a Lecco è stata scelta una biblioteca — non solo come gesto commemorativo, ma come atto politico concreto: «La prima cosa da fare per combattere il razzismo è non negare che esiste».

Le storie nella mostra: da Berlino ’36 a Messico ’68

I pannelli esposti ripercorrono episodi storici che restano pietre miliari. Alle Olimpiadi di Berlino del 1936, il tedesco Luz Long divenne amico di Jesse Owens durante le gare, sfidando apertamente la propaganda nazista di Hitler. Long fu in seguito inviato al fronte e morì in Sicilia nel 1943. Owens, tornato negli Stati Uniti da campione olimpico, si vide negare l’ingresso principale alla cerimonia di premiazione: dovette, infatti, usare l’ingresso di servizio.

A Città del Messico nel 1968, sul podio dei 200 metri, Tommie Smith e John Carlos alzarono il pugno con il guanto nero. L’australiano Peter Norman, argento olimpico, solidarizzò con i due indossando la coccarda dell’Olympic Project for Human Rights: pagò con l’esclusione dallo sport australiano, non fu nemmeno invitato alle Olimpiadi di Sydney 2000 in casa propria. Quando morì nel 2006, furono proprio Smith e Carlos a portare la sua bara.

La mostra ricorda – tra gli altri episodi – anche Leone Iacovacci, pugile italo-congolese perseguitato durante il fascismo, e il caso di Sulley Muntari, espulso durante Cagliari-Pescara nel 2017 per aver protestato contro i cori razzisti dei tifosi: il paradosso segnalato dalla curatrice è che l’arbitro non era intervenuto contro gli insulti, ma aveva sanzionato il giocatore che li subiva.

Mandela, lo sport e il film “Invictus”

Un intero capitolo della mostra è dedicato a Nelson Mandela e al suo rapporto con lo sport. Mandela amava il pugilato fin da giovane, praticato a Soweto, e ne ha sempre esaltato la natura democratica: sul ring il colore, l’età e la ricchezza non contano nulla. Ma è attraverso il rugby che Mandela scrisse la sua pagina più celebre di diplomazia sportiva: nel 1995, usando la nazionale degli Springboks come strumento di riconciliazione nazionale, trasformò il Sudafrica post-apartheid in quello che lui stesso definiva il «paese Arcobaleno». Chiodo Karpinsky ha invitato il pubblico a vedere il film “Invictus”, che ricostruisce quella vicenda: «È la prova di come sia possibile usare lo sport per creare della positività in un Paese».

Nella mostra compare anche Ruud Gullit, che dedicò a Mandela il Pallone d’Oro vinto nel 1987. «Caro Gullit, voglio premiarti perché adesso che sono diventato presidente ho tanti amici, ma quando eri in prigione tu eri uno dei pochi amici che avevo in tutto il mondo»: queste le parole di Mandela riportate nei pannelli.

Chiodo Karpinsky ha concluso portando il discorso all’attualità, con uno sguardo all’Italia che compete e vince ai massimi livelli mondiali con atleti di seconda generazione: Marcell Jacobs, Paola Egonu, Miriam Sylla che proprio a Valgreghentino ha mosso i primi passi da atleta. «Sono cittadini italiani a tutti gli effetti. Dovremmo ricordarci che siamo tutti migranti e che la diversità è un fatto positivo che ci aiuta a essere migliori».

Le contraddizioni delle Olimpiadi: da Milano Cortina agli atleti «cittadini del mondo»

Chiodo Karpinsky non ha risparmiato una riflessione critica sui grandi eventi sportivi, a partire dalle recenti Olimpiadi invernali di Milano Cortina. «Ho trovato allucinante l’esclusione dell’atleta ucraino di skeleton Vladyslav Heraskevych: perché, sul casco, la tigre della Brignone sì e la foto di un amico no? Amo le Olimpiadi, ma ultimamente si parla più degli impatti negativi che delle cose positive».

La curatrice ha poi sollevato il tema degli atleti russi che hanno cambiato cittadinanza, citando il pattinatore Ilia Malinin: «Si è parlato pochissimo di loro. Perché dobbiamo avere per forza una definizione legata alla cittadinanza? Ci sono atleti che sono cittadini del mondo, non di Putin o di Trump; magari si sono anche dissociati dalle politiche dei loro presidenti, e questa è la parte positiva che dobbiamo coltivare». Un passaggio che, per una relatrice con radici russe da parte di madre, ha assunto un peso specifico ulteriore.

Il programma continua: ora il seminario con le giovanili

L’impegno della Calcio Lecco non si esaurisce con la mostra. Venerdì 20 marzo una delegazione del settore giovanile — le categorie U13 e U17, sia maschile che femminile — parteciperà a un seminario formativo organizzato da Les Cultures dedicato all’inclusione culturale, al rispetto delle diversità e alla prevenzione di ogni forma di discriminazione.

Il Progetto di Sostenibilità del club, costruito attorno al manifesto #ReACT, prevede collaborazioni già avviate con la Casa Circondariale di Lecco, la Cooperativa Solidarietà per il calcio per tutte le abilità, AVIS per la salute e il benessere, Lezioni al Campo e Opera Don Guanella per il sostegno ai rifugiati, e Legambiente per il contrasto all’emergenza climatica. Come ha chiuso Valsecchi al termine dell’incontro, «questo è solo il punto di partenza di un percorso lungo».

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