Il pomeriggio del 17 maggio resterà impresso a lungo nella memoria di questa città: non per il 3-4-2-1 di Toscano o il 3-5-2 di Valente, ma per le immagini che hanno fatto rapidamente fatto il giro della rete prima ancora del fischio d’inizio. Quattro video, almeno,o girati in quattro punti diversi tra via XI Febbraio e via Papa Giovanni XXIII, con un filo conduttore comune: la crudezza di un pomeriggio che poteva e doveva andare diversamente. Quattro feriti. Tra questi uno in codice rosso, medicato sul posto e trasportato all’ospedale “Manzoni”. Un bilancio che brucia e che costringe a fare i conti, seriamente, con tutto quello che non ha funzionato.
(In)Sicurezza
Questo è il punto centrale, quello che non può essere rimosso dalla discussione. Le discusse misure di sicurezza predisposte per Lecco-Catania – restrizione alla vendita dei biglietti per i settori di casa ai soli residenti nelle province di Lecco e Sondrio in testa – erano costruite intorno a un dispositivo che sarebbe dovuto scattare pienamente a partire dalle 18. Due ore e quarantacinque minuti prima del calcio d’inizio. Un intervallo pensato, in linea teorica, per garantire un corridoio di sicurezza sufficiente.
Il problema è che dalla mattinata di domenica, gli ormai famosi van al seguito della tifoseria catanese circolavano già indisturbati per la città, tutt’altro che invisibili e impegnati in una perlustrazione del territorio. Una pratica antica quanto il tifo organizzato. Eppure quegli stessi mezzi non sono stati intercettati, non sono stati indirizzati verso via Ponte Alimasco – parcheggio designato per il settore ospiti da tre anni a questa parte – e hanno continuato a girare per ore nelle vie più sensibili della zona stadio, passando ripetuatamente davanti al Bar Stadio, punto di ritrovo tradizionale degli ultras lecchesi generalmente pattugliato con costanza in quante occasioni, e attraversando le strade che oggi tutti citano nelle cronache.
La ricostruzione
Parte della narrazione costruita nelle ore successive agli scontri si è fermata alla parola “agguato”. Una lettura che è pura semplificazione, arrivando molto vicina alla manipolazione della realtà. La ricostruzione degli eventi, per quello che è stato possibile raccogliere fino a questo momento, parla di momenti distinti e luoghi diversi già diventati sensibili prima di quanto avvenuto alla rotonda del rione di Castello. Lì gli scontri sono sfociati in tutta la loro crudezza dopo un lancio di pietre, ma è totalmente fuori dalla realtà dire che gli ultras ospiti ci siano arrivati impreparati, considerati i volti travisati dai passamontagna e le armi da offesa – letteralmente di ogni genere – impugnate ben prima del momento degli scontri. Scontri che hanno provocato almeno quattro feriti con lesioni serie: chi con un trauma cranico, chi con gli occhi neri, chi senza senza denti e chi con fratture a naso e mandibola.
Perché il dispositivo ha fallito
Alla domanda su cosa non abbia funzionato, c’è una risposta semplice e una complessa. Quella semplice è che al momento degli scontri più violenti, avvenuti ben prima delle 18, nella zona di via XI Febbraio e via Papa Giovanni XXIII era presente un manipolo ridottissimo di agenti, nell’ordine di due o tre unità, del tutto impossibilitati a contenere decine di persone pronte all’azione.
Quella complessa chiama in causa una palese sottovalutazione del rischio. In queste lunghe ore, tra l’altro, si sono diffuse varie indiscrezioni legate alla possibile presenza di tifoserie amiche – Varese da una parte, Napoli e Borussia Dortmund dall’altra – nelle due fazioni. Aggiungere a questo quadro la presenza in tribuna del Presidente del Senato Ignazio La Russa – tra l’altro affiancato dai massimi esponenti locali delle forze dell’ordine – peggiora pure la sostanza del problema, ma bisogna chiedersi anche come siano state distribuite le risorse disponibili in un pomeriggio in cui il bisogno di presidio era evidentemente altrove, tra via Papa Giovanni XXIII e le adiacenze del “Rigamonti-Ceppi”, che non vedeva scontri di questa portata dal 2004 in occasione di Lecco-Venezia.
Cosa succederà adesso
La risposta istituzionale è già prevedibile nei suoi contorni: indagini, identificazioni, e quasi certamente divieti di trasferta lunghi mesi, un po’ come appena accaduto a Pescara. I tifosi del Lecco e del Catania potrebbero restarsene a casa per mesi, indipendentemente dalla categoria nella quale le rispettive squadre giocheranno la prossima stagione. È lo schema classico: si colpisce indiscriminatamente il tifoso, si tutela chi era incaricato di evitare che le cose andassero così. Sarebbe più utile, e più onesto, che qualcuno si prendesse la responsabilità di spiegare perché il dispositivo di sicurezza prevedeva un’attivazione alle 18 a fronte di una tifoseria ospite che si muoveva indisturbata da metà mattina: questa è la domanda che merita una risposta.









