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Addio a Benianimo Di Giacomo, bomber in Serie A con il Lecco

Se n’è andato a 90 anni “Gegè”, il centravanti che a Lecco firmò una stagione da bomber prima di entrare nella leggenda dell’Inter con Helenio Herrera

Beniamino Di Giacomo con la maglia del Lecco
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Tempo di lettura 4 minuti

Il calcio di provincia che diventa grande ha sempre un volto, e per una stagione quel volto, sul prato del Rigamonti, fu il suo. Beniamino Di Giacomo, diventato Gegè a Napoli, si è spento martedì a Civitanova Marche, all’età di 90 anni. Era ricoverato da tempo alla casa di cura Villa dei Pini. Prima di conquistare uno scudetto e una Coppa dei Campioni con la Grande Inter di Helenio Herrera, il centravanti nato a Porto Recanati aveva lasciato il segno con la maglia dell’Ac Lecco: quattordici reti in una sola annata di Serie A, il raccolto di un attaccante vero.

Il bomber del Rigamonti

Di Giacomo sbarca a Lecco nell’estate del 1961, dopo la retrocessione del Napoli, sua casa dal 1957. Trova una piazza in piena euforia: i blucelesti stanno vivendo il loro secondo, storico campionato nella massima serie. La stagione 1961-62 è però amara. Il Lecco chiude a 23 punti e retrocede in Serie B insieme a Padova e Udinese, a quattro lunghezze dalla salvezza: l’entusiasmo che aveva fatto il miracolo l’anno prima non basta più.

In quel torneo difficile, i suoi gol sono la nota lieta. Quattordici reti in campionato fanno di Di Giacomo il faro offensivo di una squadra che fatica a segnare, insieme al difensore Antonio Pasinato, autore di un’annata solida. La luce più intensa arriva in Coppa Italia: il Lecco elimina il Bari al secondo turno e il Modena negli ottavi, prima di arrendersi soltanto alla Juventus nei quarti, superato 3-0 al Filadelfia di Torino. Un’avventura chiusa in un anno, ma sufficiente a certificare il valore del centravanti marchigiano.

Dal “Rigamonti” alla Grande Inter

Il “Rigamonti” diventa così una rampa di lancio. In estate il Lecco cede Di Giacomo al Torino, ma la parentesi granata dura pochi mesi: nell’autunno del 1962 la chiamata è quella dell’Inter, i nerazzurri girano Gerry Hitchens al Toro e portano a Milano il bersagliere. Da comprimario di provincia, Gegè si ritrova nel cuore della squadra che avrebbe riscritto le regole del vincere.

L’impatto è immediato: gol al debutto e un contributo pesante nella corsa allo scudetto 1962-63, chiuso con undici centri in campionato. La stagione successiva, l’arrivo di Aurelio Milani e qualche problema fisico lo spingono ai margini, ma il suo nome resta inciso in quel ciclo europeo: l’Inter alza la Coppa dei Campioni 1963-64, e a Gegè un’appendicite nega perfino lo spareggio scudetto perso poi contro il Bologna. Nel mezzo, il coronamento di una carriera partita dalla periferia: una presenza in Nazionale, nel 1964, nell’amichevole vinta dagli azzurri contro la Danimarca.

Il bersagliere di provincia

La sua è una parabola tipica del calcio antico, fatta di erba e chilometri. Cresciuto calcisticamente al Castelfidardo, viene scovato da Paolo Mazza, il presidente-talent scout della Spal, con cui esordisce in Serie A poco più che ventenne e firma, nel 1957, il gol che consegna agli emiliani un successo storico in casa del Milan. Poi Napoli, dal 1957 al 1961: trentadue reti, il soprannome “Gegè” in omaggio all’omonimo artista partenopeo e quel copricapo da bersagliere indossato per scherzo che gli resta cucito addosso per sempre.

Dopo l’Inter, il ritorno in provincia con il Mantova, dove entra suo malgrado nella storia: nell’ultima giornata del campionato 1966-67 un suo cross innocuo si trasforma in una papera di Sarti, l’Inter cade e lo scudetto vola alla Juventus. Poi Cesena, l’Anconitana e infine Fano, prima di scegliere la panchina: da allenatore firma le promozioni in C1 con Civitanovese e Jesina, un lavoro umile e lontano dai riflettori, coerente con l’uomo.

Il saluto

Nelle Marche lo piangono come un simbolo. Il sindaco di Porto Recanati, Andrea Michelini, ne ha ricordato la «capacità rara di trasmettere ai più giovani l’importanza del rispetto, del sacrificio e dell’appartenenza». Tre parole che dicono di un centravanti concreto, generoso, sempre in movimento, capace di correre verso la porta come se ogni gol fosse l’ultimo.

Lecco lo ricorda per una stagione soltanto, ma di quelle che restano: quattordici reti in Serie A, la firma di un bomber che al “Rigamonti” costruì il trampolino verso la gloria. Alla famiglia di Beniamino Di Giacomo il cordoglio della redazione.

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